Castello recentemente ristrutturato ed adibito a struttura ricettiva e situato sulla cima di un colle, a 437 metri s.l.m., non lontanto da Castiglion Fosco. Secondo la stravagante fantasia del Gatti derivò il suo nome da Glauco, il quale, dopo aver regnato in Italia, fu in morte considerato come Nume marino e venerato come protettore dei pescatori e marinai in genere. In Italia, sempre secondo il suddetto autore, ebbe un culto particolare nella zona del lago Trasimeno, dove gli fu eretto un tempio.
Glauco però non è un personaggio storico; il termine glaucus, esistente nella lingua latina, è certamente attinto alla mitologia greca e la sua figura si collega a diverse tradizioni locali, secondo le quali il Nostro, dopo aver un giorno mangiato un'erba miracolosa, si sentì spinto a precipitarsi in mare. Qui fu accolto da Oceano e da Teti, reso immortale e trasformato in dio marino.
Col passare del tempo Glauco divenne noto come protettore dei pescatori e marinai in tutti i paesi del Mediterraneo. Secondo il Briganti il nome Gaiche deriverebbe dall'alterazione del termine Gaite: Gaytus, voce saracena che significa capitano, comandante, a cui sarebbe stato assegnato il luogo per difenderlo o governarlo.
Altri, infine, ritenendo il castello di probabile origine longobarda, sostengono essere il toponimo di chiara derivazione germanica. Nello statuto del 1318, che è il più antico tra quelli dei castelli umbri a noi pervenuti, la località è denominata Castrum Galcorum. A tale parola di difficile interpretazione si riconnette il suo stemma, caratterizzato da un gallo nero con creste rosse, posto sopra tre monti verdi in campo d'oro.
L'origine di Gaiche è sconosciuta anche se è ragionevole supporre che sia sorto come insediamento umano prima del Mille. Doveva trattarsi molto probabilmente di un piccolo e tranquillo centro agricolo, che l'ubicazione e la lontananza da importanti vie di comunicazione rendevano abbastanza sicuro. Il Ciatti asserisce che nel 985 era feudo della famiglia Pelloli, i cui membri erano iscritti alla nobiltà perugina. Successive indagini hanno però dimostrato l'infondatezza di tale asserzione.
Poco più di un secolo dopo apparteneva ai Pelacane. ricca e potente famiglia i cui antenati esercitavano il mestiere di conciatori di pelli. Agli inizi del 1200 si costituì in repubblica autonoma e tale rimase per circa due secoli. Il più antico documento riguardante la località risale, secondo il Tiberini, al 1245 e si trova nel registro dei bandi per malefici pronunciati durante la podesteria di Giovanni Aldebrandi. Compare poi come "castrum" in un registro della serie Giudiziario del 1258, in un altro elenco del 1260 relativo ad una impositio biadi ed infine in quello del 1282, nel quale è pure indicata la sua consistenza demografica, ammontante a 86 fuochi.
Nel 1311 gli abitanti di Gaiche furono esonerati dalla partecipazione alla guerra contro i Todini perchè furono inviati, insieme a quelli di Castiglion Fosco, a Sigillo per contribuire all'erezione di quel castello. Due anni dopo, gli stessi furono costretti a versare l'imposta di tre libre e 10 soldi per fuoco, anzichè alla città, a Bulgaruccio, conte di Marsciano, che doveva avere la somma di 4l6 libre "pro capitaneo exititorum de Tuderto".
Nel 1370 un certo Niccolò di Bettolo di Pelacane, uomo ragguardevole tra gli esponenti della fazione popolare (Raspanti), tramò segretamente con i ministri del papa per rimettere Perugia sotto il dominio della Chiesa, a ciò spinto "dalla soverchia ambizione e grandezza, pensando di poter ottenere maggiore imperio et altre cose sopra gli altri suoi cittadini". In cambio gli fu promessa la signoria di Chiusi, Piegaro e Gaiche, ove abitava. Denunciato da un certo Giacomo di M. Guido Montemelini, Bettolo fu arrestato insieme al figlio Agnolino e ad altri congiurati, ma per il suo ardire e la grande abilità oratoria fu rimesso in libertà, dopo soli 14 giorni di detenzione, insieme ai suoi seguaci. Fu ucciso nel 1375, per ordine di Pellino di Cucco Baglioni, durante la rivolta dei Perugini contro l'abate di Mommaggiore, che governava la città in nome del papa. Nel 1378 i nobili, con l'aiuto del conte Ugolino della Cerbara e altri capitani e amici della Chiesa, ordirono una congiura per rovesciare il governo dei Raspanti. Scoperti, alcuni furono condannati a pene pecuniarie e la maggior parte all'esilio. Fra questi ultimi c'era Ciardolino, detto Ciabacca, nobile di Gaiche, confinato a Borgo S. Sepolcro.
Nel mese di febbraio del 1387 Francesco Bastardo dei Pelacane e ser Paolo da Castiglion Fosco, insieme ad alcuni villani e banditi, riuscirono a penetrare di nascosto nel castello di Gaiche. I magistrati perugini inviarono prontamente dei soldati, i quali, senza colpo ferire, ripresero in due giorni la località, venendo a patti con gli abitanti, che promisero di consegnare Francesco e ser Paolo, in cambio della libertà di tutti gli altri. Ma, poichè al momento della consegna ci fu da parte della popolazione un estremo tentativo per salvare Francesco, i soldati adirati uccisero più di quaranta cittadini, tra cui il Pelacane. Ser Paolo, condotto a Perugia, fu trascinato a coda di cavallo e poi gli fu mozzato il capo, mentre la comunità di Gaiche venne condannata al pagamento di 350 fiorini d'oro. Il 6 marzo 1412 gli abitanti del castello fecero presente al Consiglio generale di Perugia di aver avuto nell'anno precedente ingenti danni da parte dei nobili fuoriusciti, sia in bestiame sia in derrate alimentari. Chiesero pertanto di essere esonerati dal pagamento di 17 fiorini d'oro, di cui la comunità era debitrice. Il Consiglio accolse la richiesta e l'intera somma fu condonata. La stessa cosa accadde nel 1475, allorchè il Consiglio generale dichiarò estinto un debito che gli abitanti del castello avevano contratto con la città, e nel 1485, quando fu interamente condonato un sussidio di 30 fiorini d'oro, concesso per la riparazione delle mura.
Nessun altro avvenimento turbò la vita del castello fino al 1817 allorchè, nell'ambito della ristrutturazione dei distretti rurali, la comunità fu soppressa come ente autonomo e annessa a Piegaro, di cui divenne frazione.
Già da alcuni decenni, cioè dalla fine del secolo XVIII, Gaiche e il suo distretto erano interessati da un processo di recessione demografica che andò sempre più aggravandosi, per diventare inarrestabile dopo la seconda guerra mondiale. Alla fine degli anni Sessanta il castello e il territorio circostante risultavano, infatti, completamente spopolati.
Del castello rimane parte della cinta muraria, interrotta da una sola porta a sud-est, e le quattro torri perimetrali, una delle quali è stata, in tempi recenti, ristrutturata e adibita a torre civica. Questa ha sei campane, trasportate in Italia dai Francescani dopo che furono costretti a lasciare, alla fine della seconda guerra mondiale, l'isola di Rodi, dove amministravano alcune parrocchie. Entro le mura c'è una grande cisterna e di fronte ad essa un edificio isolato, di cui rimangono i soli muri perimetrali, con una porta a sesto acuto. Subito fuori le mura del castello si trova la chiesa parrocchiale, dedicata a S. Lorenzo, di struttura originariamente gotica, consacrata secondo la tradizione il 20 febbraio 1391, al tempo di frate Alberto da Todi, monaco dell'abbazia di San Benedetto di Pietrafitta, alla cui giurisdizione fu sottoposta fino al 1550, per passare poi sotto quella del vescovo di Perugia. Nel 1565 la chiesa era munita di fonte battesimale, la cui data di realizzazione è però sconosciuta. Ha tre altari: il maggiore, dedicato a San Lorenzo, quello a sinistra a Sant' Antonio e quello a destra alla Madonna Addolorata. L'altare maggiore è sovrastato da una grande tela del 1629, rappresentante la Vergine con il Bambino e i santi Lorenzo e Macario. Nello spazio tra le due figure una bella veduta del castello di Gaiche. Discreto lo stato di conservazione del dipinto. Sotto l'altare di Sant' Antonio c'è l'urna che per prima contenne il corpo del beato Leopoldo, donata dai Francescani alla chiesa di Gaiche, sua terra natale. Sopra la porta principale una grande tela ad olio, datata 1627 e in pessime condizioni, raffigura la Madonna col Bambino e San Giuseppe. Gaiche merita di essere ricordato non solo per le sue vicende storiche ma soprattutto per il suo statuto del 1318, il più antico dell'Umbria, e per aver dato i natali al beato Leopoldo.
II codice, di grandissima importanza, conservato presso la Biblioteca Comunale di Perugia, si compone di 26 carte membranacee, legate in assi, redatte in lingua latina dal notaio Francesco Giovannelli di Castiglion Fosco. E' mancante delle ultime sette rubriche del primo libro, di tutto il secondo e delle prime quattro rubriche del terzo. Nella prima carta è riportato l'indice delle rubriche, a cui seguono gli statuti. Alla carta 12 ci sono le riformanze del 1348 e dalla carta 14 alla 26 le Riforme dal 2 febbraio 1406 al 1556, approvate dal Consiglio, dal Governatore di Perugia e successivamente confermate da monsignor Finetti dai Priori e infine dal Legato pontificio Cardinale Riario.
Giovanni Croci, noto come beato Leopoldo, nacque in località Po' Santo, nel distretto di Gaiche, da Giuseppe e Antonia Maria Giorgi, contadini benestanti, il 30 ottobre 1732. Ricevette un'educazione semplice e profondamente religiosa dal parroco del vicino castello di Greppolischieto, Giuseppe Zuccarini. Desideroso di consacrarsi a Dio, scelse l'Ordine dei Frati Minori e ne vestì l'abito il 19 marzo 1751, nel convento di San Bartolomeo di Cibottola, mutando il nome di Giovanni in quello di Leopoldo. Dal 1752 al 1757 studiò nel convento di Norcia, dove fu ordinato sacerdote dal vescovo di Terni, Pier Benedetto Maculari. Il campo d'azione a cui Leopoldo legò particolarmente il suo nome fu la predicazione, alla quale si sentiva più attratto per le sue eccellenti qualità oratorie. In 47 anni di ininterrotto apostolato tenne 330 corsi di missioni formali, spesso della durata di 15 giorni, 40 quaresimali, 14 corsi di Avvento e 94 corsi di esercizi spirituali. In seno all'Ordine fu guardiano, custode e infine ministro provinciale della Provincia serafica di Santa Chiara, nell'Umbria. Fondò a Monteluco un sacro ritiro per i predicatori e ne compilò egli stesso le regole, che ebbero l'approvazione pontificia. Morì a Spoleto il 2 aprile 1815. Il 12 marzo 1893 Leone XIII iscriveva Leopoldo da Gaiche nell'Albo dei Beati.
Nel distretto della parrocchia di Gaiche erano comprese anche le seguenti chiese, attualmente dirute o sconsacrate: Sant' Antonio della Cervara, situata in mezzo ad un bosco e "della cui veneranda antichità testimoniano le sculture di stile protorornanico e altomedioevale che ne ornano ancora la facciata", descritta già dalla metà del secolo XIV fra le chiese territoriali di Perugia. Fece il catasto dei suoi beni verso Tanno 1500, come risulta nel libro: Civium rusticorum ecclesie hospit. P.B., fel. 206. - La Madonna del Pino, situata ai piedi del colle su cui sorge Gaiche, di proprietà della famiglia Tocchi di Cibottola.
Tratto da: "Memorie di una terra: Piegaro e i suoi castelli"
di Senofonte Pistelli e Gianluca Pistelli
Città della Pieve, Luglio 1992