Piccolo castello a 471 metri s.l.m., posto sulla cima di uno dei rilievi che delimitano ad est la valle del Nestore, a breve distanza da Pietrafitta. Sconosciuta la sua origine anche se una leggenda, riportata da vari storici locali, tra cui il Mariotti, riferisce che sia stato fondato "nel 1330 del mondo". Più probabile invece un'altra ipotesi, che ne fa risalire l'origine alla prima metà del secolo IX.
Ugualmente incerta e mitica la genesi del nome. Secondo il Ciatti il termine Ci-bottola deriverebbe da Cibizio, lucumone di Perugia, succeduto a Lucchio e morto in Toscana nell'anno ottavo del regno di Tulio Ostilio (662 circa Avanti Cristo) Cibizio non solo ingrandì la città ma fece costruire intorno ad essa una serie di borghi e castelli, tra cui Cibottola. Secondo altri storici il nome deriverebbe invece da Cibonia, antichissima località etnisca, sulle cui rovine sorse poi il castello. Secondo altri ancora il primitivo nome sarebbe stato "Chibertola", etimo di ancor più difficile interpretazione. Infine, l'ultima ipotesi - tanto fantasiosa quanto improbabile perchè non attestata da alcun documento ma soltanto da una certa tradizione - secondo la quale il primitivo nome della località sarebbe stato Castello di San Bartolomeo. Soltanto nella seconda metà del XV secolo avrebbe assunto il nome di Cibottola, in onore di Maurizio Cybo, fratello di papa Innocenzo VII e governatore di Perugia, il quale nutrì una particolare predilezione per tale castello, tanto da istituirvi una specie di pretura e piccoli granai popolari, detti in latino "horreola" da cui Cyborreola, cioè "piccoli granai di Cybo". Col tempo, per un fenomeno di naturale conversione, la "r" si addolcì trasformandosi in "t", per cui si ebbe Cybotteola, da cui Cibottola.
Dell'antico insediamento rimane gran parte della cerchia muraria, la porta d'ingresso pressochè intatta e con l'intero battente del ponte levatoio, una torre ettagonale, alta circa 20 metri, recentemente è adibita a torre civica, con una bella campana di cinque quintali donata nel 1850 da Pietro Tocchi, rettore dell'università di Perugia, e infine un cunicolo sotterraneo che, partendo dall'abitazione del castellano, al centro dell'area protetta, si allontana per circa 500 metri lungo il pendio del colle. Della suddetta abitazione rimangono soltanto poche tracce incorporate nel settecentesco palazzo sorto sulle sue rovine.
A brevissima distanza c'è l'antica chiesa palatina, dedicata a S. Bartolomeo apostolo (come può rilevarsi dalle lettere scolpite sull'ultimo dei tre gradini d'ingresso) alla quale fu trasferito più tardi il titolo parrocchiale. Tali vetuste testimonianze, anche se parzialmente smantellate, sopravvivono all'azione dissolutrice del tempo e degli umani eventi, come preziose tracce di un passato degno di memoria.
All'inizio del XIII secolo la località apparteneva alla potente famiglia Montemelini, proprietaria di vasti possedimenti. Le prime notizie certe risalgono alla seconda metà del XIII secolo. Nell'elenco del 1282 Cibottola è indicata come "villa", con una popolazione di 75 focolari. Nella prima metà del secolo XIV fu costruita la cinta muraria per cui, quando i Priori di Perugia ordinarono nel 1380 il censimento di tutti i castelli e le ville del contado, divisi per porta, Cibottola venne classificata come castello. Durante tale periodo la sua popolazione, come accadde per quasi tutti gli insediamenti di alta collina e montagna, subì un discreto calo, passando dai 75 focolari del secolo precedente a 65 famiglie; soltanto nel 1495 tornò alla primitiva consistenza.
Nel 1416, in attesa di muovere alla conquista di Perugia, il celebre condottiero Braccio Fortebraccio da Montone sostò per qualche giorno a Cibottola insieme alle sue truppe. In tale località ricevette gli ambasciatori fiorentini che tentarono invano di dissuaderlo dal marciare sulla città. Dopo la vittoriosa battaglia di Sant' Egidio contro i perugini usciti all'attacco e che gli aprì le porte della città, Cibottola, insieme ad altre località, tra cui Agello, Piegaro e Paciano, in atto di sottomissione al condottiero mandò le chiavi del castello, perchè ne prendesse possesso.
Nel 1428, quando fu istituita la nuova magistratura del capitano del contado, Cibottola venne inclusa nel terzo capitanato e contribuì con una quota di 14 fiorini d'oro, stabilita dai priori cittadini, al mantenimento del magistrato, che risiedeva a Castiglion Fosco. Le quote degli altri castelli erano le seguenti: Pietrafitta otto fiorini, Piegaro e Castiglion Fosco venti.
Nel 1462 la comunità fu esentata dal pagamento di 30 fiorini onde provvedere riparazione delle mura. Analogo provvedimento fu preso nel 1554.
Nel 1798, con l'instaurazione della Repubblica Romana da parte delle armate francesi, Cibottola secondo la legge 10 maggio dello stesso anno, fu in un primo tempo inclusa nel cantone di Marsciano e dal 1809 al 1814 in quello di Panicale.
Dopo la caduta di Napoleone i governanti pontifici avvertirono l'esigenza di una revisione delle circoscrizioni esistenti nello Stato della Chiesa. Tale revisione e la concentrazione delle comunità minori non apportarono però sostanziali mutamenti nei rapporti fra città e contado e fra centri maggiori e minori di quest'ultimo, per cui continuarono le forme di dipendenza dei castelli e delle ville verso i centri rurali maggiori. Pur diventando "appodiato" del comune di Piegaro, Cibottola conservò la propria autonomia fino all'annessione dello Stato pontificio al Regno unitario. A tale data, perduta ogni residua libertà, divenne frazione di Piegaro.
La chiesa parrocchiale, ubicata all'interno del castello, è dedicata a S. Fortunato. Eretta quasi sicuramente prima del Mille, è documentata dall'inizio del Trecento e il 15 Dicembre 1434 venne iscritta al catasto per 9 libre e 2 soldi. Il patrimonio fondiario della chiesa andò però gradatamente aumentando fino a raggiungere nel 1462 un massimo di 51 libre e 19 soldi. La chiesa, nel tempo, ha subito vari rifacimenti, l'ultimo dei quali, senza apportare sostanziali modifiche all'architettura, nel 1946. L'interno, a navata unica, presenta tre archi a sesto acuto, che reggono il tetto a travatura a vista, mentre il presbiterio è coperto con volta a botte e vele laterali. Entrando, sulla destra, si trova un'acquasantiera di travertino, antichissima, e il fonte battesimale in pietra arenaria, già esistente all'atto della prima visita pastorale, 6 settembre 1565, eseguita, mentre era parroco don Alessandro Adami, da Donatus Turrius, allora vicario del vescovo Della Corgna. La prima campata destra è adornata da sei affreschi, discretamente conservati, riproducenti nell'ordine San Pietro martire, San Domenico, San Ludovico da Tolosa, Santa Lucia e Santa Filomena, ai quali fa seguito una Madonna con il Bambino, a capo reclinato, come in atto di benevolo ascolto. Tra quest'ultimo affresco e i precedenti esiste una certa differenza stilistica dovuta al fatto che, mentre nei primi domina la staticità caratteristica della pittura bizantina, nella Madonna si nota un tentativo di movimento, come d'ispirazione giottesca. Segue una tela di discreta fattura raffigurante la Madonna del Cannine e (sotto) le anime del Purgatorio. Tale dipinto, del XVIII secolo, è anonimo. Sul piedritto del terzo arco, affresco del Cinquecento, quasi sicuramente di scuola umbra, riproducente un piccolo angelo. L'altare maggiore, dedicato alla Beata Vergine delle Grazie, è dominato dalla tavola della Madonna con il Bambino e presenta sullo sfondo una veduta del castello di Cibottola (a sinistra) e del convento francescano di San Bartolomeo (a destra). Autore dell'opera il pittore Giovanni Tronfi di La Spezia, che lo eseguì nel 1944. Girano attorno alla tavola 15 formelle quadrate con affreschi riproducenti i 15 misteri del Rosario. Detto altare gode dell'indulgenza quotidiana.
Ai lati di esso spiccano due grandi tele, della fine del secolo XVII, raffiguranti La visita di Maria SS. a S. Elisabetta (destra) e Sant' Antonio da Padova (sinistra). Sulla parete di sinistra, entrando, grande tela ad olio del 1611, riproducente una Crocifissione con i santi titolari Bonifacio, Fortunato, Pietro martire e Giorgio. Tale dipinto è stato restaurato nel 1946 dal pittore Serena. Sul primo piedritto, San Pietro apostolo che mostra le chiavi (affresco) e sulla seconda campata, una tela non datata raffigurante Santa Margherita da Cortona. Sul terzo piedritto, S. Stocco (affresco). Nell'ufficio parrocchiale, da ammirarsi altre due tele di discreta fattura, forse del XVIII secolo, riproducenti San Bonifacio vescovo di Utrecht e Sant' Antonio abate. Al limite tra la parte della chiesa destinata ai fedeli e il presbiterio vi sono quattro tombe comuni, interdipendenti, individuate da una semplice pietra a raso pavimento, l'ultima delle quali (a destra), destinata ai bambini, porta incisa la seguente dicitura: Angeli fanciulli (1722). Le altre tre erano riservate agli adulti.
Fin dal 1360 Cibottola aveva anche un ospedale, detto di San Fortunato perchè unito alla suddetta chiesa. Il Riccardi nelle sue memorie, ricorda anche la chiesa di Santa Lucia, che nel 1387 dipendeva dall'abbazia di San Pietro di Perugia, e quella di San Giorgio. La prima fu visitata nel 1500 dall'abate don Ignazio Squarcialupi da Firenze e nel 1509 fu unita a quella di S. Giorgio. Nella visita del 1524 la chiesa di San Giorgio era in mediocri condizioni e vi si celebrava la messa solo nel giorno del titolo. Nella visita del 1560 quella di Santa Lucia era cadente, senza porte ne campane. La chiesa di San Giorgio fu conferita nel 1561 a don Paolo di Sebastiano, che ebbe pure il beneficio di quella di S. Lucia, anche se caduta. I due benefici, insieme riuniti, fruttavano grano some 4, vino barili 20 e olio mezzolini uno. Nel 1698 anche la chiesa di S. Giorgio era cadente. Ma, più che ad avvenimenti storici di rilievo, più che ad importanti memorie artistiche, il nome e la fama di Cibottola sono sempre stati legati all'esistenza di un celebre convento francescano, dedicato a San Bartolomeo. La costruzione, situata in mezzo ad un bosco e a non molta distanza dal castello, è oggi disabitata e semidistrutta. La sua erezione risaliva ai primi tempi del francescanesimo, precisamente al periodo compreso fra il 1210 e il 1226, quando cominciò l'espansione dell'Ordine. Il terreno dove sorse il convento fu donato a San Francesco dai monaci benedettini della vicina Abbazia dei Sette Fratelli di Pietrafitta, mentre l'edificio fu eretto dalla pietà dei perugini intorno al 1223. Esso fu dei Conventuali fino al 1474, poi passò agli Osservanti.
Secondo la tradizione, nel convento dimorarono per tempi più o meno lunghi lo stesso Serafico, Sant' Antonio da Padova, San Bonaventura da Bagnoregio e il beato Egidio di Assisi. Le antiche cronache francescane dei secoli XIV e XV riferiscono anche che in tale luogo frate Masseo impetrò dal Signore la virtù dell'umiltà, dopo aver protestato che in cambio avrebbe dato perfino gli occhi. Altro episodio, relativo allo stesso frate e sempre nello stesso luogo, fa riferimento alla raccomandazione ad un confratello di scorgere sempre il bene negli altri, per poter diventare buono.
Il convento di San Bartolomeo ebbe un grande sviluppo, sia per il ricordo personale di San Francesco, sia per la sua felicissima posizione, assai adatta al misticismo religioso. Allora sede del noviziato, fu ad esso, infatti, che si presentò nel 1750 il giovane Giovanni Croci, noto come beato Leopoldo, per essere ammesso all'Ordine. Ampliato più volte nel corso dei secoli, fu incamerato dal Demanio nel 1866, in seguito alla legge che sopprimeva le corporazioni religiose. I novizi furono allontanati e fu consentito solo ai frati adulti di rimanervi fino alla morte. Venne definitivamente chiuso nel 1892; i beni mobili e immobili furono venduti all'asta e sparsi un pò ovunque.
Tratto da: "Memorie di una terra: Piegaro e i suoi castelli"
di Senofonte Pistelli e Gianluca Pistelli
Città della Pieve, Luglio 1992